Cooperazione Sud-Sud e Covid, l’aiuto del Marocco

«Il Madagascar è legato al Regno del Marocco da un eccellente rapporto, fatto di cooperazione e solidarietà. Infatti, al di là dei vari accordi attuati e dei vari progetti avviati, il Regno del Marocco è sempre stato al fianco della Grande Isola, durante i suoi momenti più difficili: come la siccità nel Sud, l’epidemia di peste, o addirittura gli episodi ciclonici che hanno colpito il Paese con grande impeto». Sono le parole pronunciate dall’ambasciatore del Marocco, Mohamed Benjilani, all’Aeroporto di Ivato, al momento della consegna della donazione in materiale medico, destinata al Madagascar. Si è trattato di 250mila mascherine, 30mila visiere, duemila camici, mille litri di gel idroalcolico, 2.500 scatole di clorochina e 500 di azitromicina: un armamentario contro la pandemia.

Altrettanto sentite le parole pronunziate dal titolare del Ministero degli Esteri, Djacoba Liva Tehindrazanarivelo: «Il Madagascar apprezza questo gesto di grande generosità, che riflette lo spirito di solidarietà del popolo marocchino, e che in particolare testimonia l’eccellenza delle relazioni tra il Madagascar e il Regno del Marocco: un Paese fratello, che da sempre affianca il Madagascar nel momenti difficili e in quelli felici». La donazione fa parte della strategia di solidarietà e cooperazione Sud-Sud – avviata dal re Mohammed VI, come strumento di soft power – verso le altre Nazioni africane.

Crisi economico-sociale a Ivato, appello del mensile “Vita”

La crisi economica, aggravata da una pandemia in crescita lenta ma costante, colpisce duramente il Madagascar. E ovviamente la chiusura delle frontiere impedisce le azioni di solidarietà promosse dall’estero. S’inserisce in questo scenario l’appello dell’autorevole magazine mensile “Vita”, (punto di riferimento del mondo non profit italiano). Che a seguire sintetizziamo, prima di rinviare all’incipit del relativo articolo, dal titolo «Urgenza in Madagascar: salvare dalla fame famiglie e persone». I blocco dei voli ha interrotto il flusso di aiuti provenienti dagli Stati uniti, che consentivano ai salesiani locali di svolgere le loro attività sociali presso Ivato Seranana: il Comune della Regione Analamanga – ove sorge l’aeroporto della Capitale – considerato da molti il dormitorio per chi lavora ad Antananarivo.

Costoro si sono quindi rivolti, almeno per fronteggiare le emergenze, ai salesiani italiani delle Missioni Don Bosco. I quali hanno pensato bene di rendere pubblica la richiesta di aiuto. «I salesiani del Madagascar chiedono a Missioni Don Bosco di assicurare continuità alla distribuzione di alimenti a 70 nuclei familiari e a una casa-famiglia nella città di Ivato. Il Covid-19 è solo l’ultimo anello di una emergenza sanitaria costante. Due mesi di supplenza all’aiuto che non può partire come di consueto dagli Stati Uniti d’America a causa della pandemia da Covid-19».

Mahajanga ville propre, per la difesa del mare

Segnaliamo oggi un’associazione per la difesa dell’ambiente marino, che opera a Mahajanga, Madagascar. Presieduta da un italiano ivi residente, Agostino Montalti, “Mahajanga ville propre” punta in primis a ripulire le locali spiagge dalle tonnellate di plastica che vi si accumulano. In particolare, si cerca di salvaguardare le tartarughe marine, che scambiano questi rifiuti per meduse. E poi si cerca di coinvolgere i bambini dei pescatori in un’attività istruttiva: sono loro che, in maglietta arancio, raccolgono la maggior parte delle plastiche. Le iniziative di Montalti e compagnia sono seguite attentamente dalla grande stampa, come dimostra l’articolo de “L’Express de Madagascar” sul World clean up day 2019.

Segue l’incipit della presentazione dell’associazione, tratto dalla relativa pagina Facebook. «L’associazione no profit “Mahajanga ville propre” nasce dall’idea di salvaguardare l’ambiente, con particolare attenzione alla conservazione delle tartarughe marine; queste sono tra le più vulnerabili all’inquinamento marino da materie plastiche, che confondono con le meduse di cui si nutrono. Fondata all’inizio del 2014, l’associazione è stata riconosciuta dal Ministro degli Interni e del decentramento, con il numero d’ordine 2874/2017. Fin dall’inizio abbiamo coinvolto bambini del villaggio di pescatori Petite plage, che si trova nella spiaggia di Amborovy presso Mahajanga».

Gasycar, nasce la “Toyota” del Madagascar

In Madagascar è nata una nuova Casa automobilistica, la Gasycar. Giorni fa la cerimonia di presentazione – al cospetto del presidente della repubblica, Andry Rajoelina – in cui sono state spiegate le caratteristiche dell’avventura industriale. Non è il primo marchio malgascio dell’auto: la Karenjy è poco ambiziosa sotto il profilo commerciale, ma è viva e vegeta. Gasycar è figlia della joint venture tra una società tedesca, una cinese, e un’entità malgascia che disporrà della maggioranza delle azioni: secondo molti, lo Stato. Il lancio avverrà in tre fasi: entro il 2020 l’impianto di assemblaggio, poi i punti vendita, ed entro tre anni lo stabilimento produttivo, (forse ad Ankorondrano, nella Capitale).

La metà delle cui componenti dovrà essere made in Madagascar. Mostrati in un video i modelli a breve disponibili: suv e pick-up dal design elegante. Si mira a vetture che per componentistica e comfort non dovranno sfigurare, tanto che Rajoleina, euforico, ha detto che «la qualità si avvicinerà a quella di marchi come la Toyota». Tra gli obiettivi, i mercati continentali e internazionali. In catalogo anche moto (alcune già prenotate dalla Polizia) e scooter. Lo stemma è la testa di zebù: un simbolo forte e trasversale nella cultura malgascia, per Rajoelina, secondo cui il progetto punta al «ritorno alla vera indipendenza del Madagascar e al risveglio dell’orgoglio nazionale».

Schiavitù moderna in Madagascar, il punto

In seguito al recente volo di rimpatrio – dal Kuwait al Madagascar – di 176 ex lavoratrici domestiche in condizioni di vulnerabilità, molti osservatori hanno fatto notare che per imbattersi nella schiavitù moderna (o nel lavoro in condizioni analoghe alla schiavitù) non c’è bisogno di allontanarsi migliaia di chilometri dal Paese. E del resto molti studi avvalorano la tesi. A novembre scorso, ad esempio, fu pubblicata la notizia secondo cui cinque milioni di bambini svolgono faccende domestiche – le mpanampy o solafa – e il 39% di loro (1.950.000) ne fa un lavoro a tempo pieno: un fenomeno riconducibile alla schiavitù moderna, (e alla servitù, oppure lavoro servile, forzato, o obbligatorio).

Inoltre un documento ministeriale del settembre 2017 riporta la stima secondo cui otto lavoratori su dieci sono pagati meno rispetto al salario minimo legale (l’87,1% delle donne e il 75,8 degli uomini): un altro caso che può rientrare nell’esclavage moderne. Va però aggiunto che il Madagascar, nel giugno 2019, ha ratificato (34° Paese a farlo) il Protocollo dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) sul lavoro forzato: il “Protocole de 2014 à la convention (n° 29) sur le travail forcé, 1930”. In base ad esso, i Paesi devono adottare misure efficaci per prevenire il lavoro forzato, proteggerne le vittime e garantire loro l’accesso alla giustizia, e a un adeguato risarcimento.

Scoperta della rana (e crisi dei parchi)

Molti media italiani hanno ripreso la notizia della scoperta, in Madagascar, di una nuova specie di rana diamante. La fonte è una pubblicazione della rivista scientifica “Zoosystematics and evolution”, a firma del ricercatore-scopritore, Mark D. Scherz: vi si spiega che l’animale fu per la prima volta osservato presso il Parco nazionale della Montagna d’ambra (nella Regione Diana, 40 chilometri a sud di Antsiranana). Prima di riportare l’incipit del relativo articolo di “Notizie scientifiche.it”, intitolato «Nuova rana diamante scoperta in Madagascar» – per chi voglia approfondire gli aspetti scientifici – siamo qui in obbligo di segnalare la paralisi del cosiddetto turismo dei parchi: causa pandemia, e nonostante il tentativo di promuovere le visite dei nazionali.

Il settore, traino del turismo di alta gamma, negli ultimi anni era in forte crescita: quasi 230mila visitatori nel 2019 – su un totale di 400mila – per un aumento del 12% (26mila unità) sul 2018. E’ curiosa la classifica per nazionalità, dei viaggiatori nei 14 parchi: in testa i malgasci (in molti residenti all’estero), poi francesi, britannici, tedeschi e statunitensi. Più indietro gli italiani e i cinesi. Buona lettura. «Una nuova specie di rana diamante è stata scoperta nel nord del Madagascar, una regione che mostra ancora una volta quanto la sua fauna sia diversificata e in gran parte ancora sconosciuta».

Scuola San Francesco di Majunga, cinque motivi per sostenerla – 2

(Continua). Possono aversi varie opinioni sulla Chiesa, ma la conosciamo da duemila anni e non abbasserà la saracinesca per fuggire col malloppo. La terza ragione ha a che fare col sacerdote che con impegno si occupa in loco del progetto: don Abel Célestin Andriamihaja non è solo un prete impegnato in più attività benefiche – che vanno dalla scuola a un ospedale, sino a una falegnameria – e stimato da vari cooperanti italiani. E’ anche il parroco che celebra messa nella Cathédrale du Cœur-Immaculé de Marie, e quindi i fedeli lo considerano il vescovo di fatto: dopo la morte dell’évêque Roger Victor Rakotondrajao – novembre 2018 – la Sede è vacante (affidata a un amministratore apostolico), e l’attività pastorale è de facto nelle mani di padre Abel. Neppure lui fuggirà col malloppo.

La quarta ragione è legata all’accessibilità della zona, e alla possibilità di controllare l’attività della Scuola: siamo vicini a un aeroporto internazionale, e a uno dei più gradevoli lungomari africani. Tsararano non è distante dal cuore di questa città con vocazione turistica. Quinto motivo, la Scuola può essere un avamposto del sapere italiano in Madagascar, la location per varie attività culturali, organizzate da associazioni del terzo settore, e non solo. Gli interessati a dare un aiuto possono scrivere all’associazione Vim – Volontari italiani per il Madagascar: coordinamento.vim@gmail.com .

Scuola San Francesco di Majunga, cinque motivi per sostenerla

I lavori per terminare la Scuola San Francesco d’Assisi a Majunga, in Madagascar, vanno spediti: la fase degli infissi è terminata, e il prossimo obiettivo sono gli arredi, la messa in sicurezza della terrazza per attività ludiche e sportive, e l’illuminazione esterna. Senza imprevisti, l’istituto – sotto la responsabilità della Diocesi di Mahajanga – sarà pronto per ottobre. Come anticipato nel nostro articolo “Mahajanga, progressi per la Scuola San Francesco”, è un progetto quasi interamente sostenuto da volontari italiani, associazioni e singoli volenterosi. I quali in questi giorni chiedono un contributo – lo slogan è «25 euro per un banco» – per completare l’edificio.

Con entusiasmo rilanciamo l’invito, poichè a nostro giudizio vi sono almeno cinque ragioni per sostenere l’iniziativa, e parteciparvi. In primis non può escludersi l’aspetto umanitario, seppure si tratti di un elemento soggettivo: la scuola è nel quartiere Tsararano, una delle aree urbane più degradate dell’intera Nazione. Che, come qualcuno saprà, è piuttosto indietro nei ranking mondiali della ricchezza pro capite. Durante la stagione delle piogge, le vie circostanti la scuola si inondano, e con esse le baracche intorno; e di sistemi fognari manco a parlarne. Il secondo motivo consiste nella circostanza che l’istituto sarà gestito per intero dalla Diocesi locale, ossia dalla Chiesa cattolica.

(Prosegue).

Lavoro infantile in Madagascar, l’ultimo rapporto

Il 12 giugno si é celebrata la Giornata mondiale contro il lavoro minorile, e i media del Madagascar hanno pubblicato svariati dati, che ci chiariscono la portata del fenomeno nel Paese. Si tratta di numeri ripresi dallo studio “Travail des enfants”: basato su una ricerca condotta sul campo, nel 2018, da Institut national de la statistique e United nations children’s fund (Unicef), è stato pubblicato nel giugno 2019. E comunque si tratta del materiale più aggiornato. I minori lavoratori (tra i cinque e i 17 anni) sono il 47% del totale: il 44% dei ragazzi, e il 50 delle ragazze, che oltretutto soffrono anche discriminazioni di genere.

I bambini tra i cinque e gli 11 anni che lavorano sono il 41%, mentre il fenomeno è più accentuato nelle aree rurali, rispetto alle urbane: 51 contro 32. Frequenta la scuola il 43% dei fanciulli lavoratori, e si tratta di una realtà che riguarda soprattutto la metà più povera della popolazione, a fronte della più ricca: 57 versus 21. Il 32% dei minorenni lavoratori malgasci svolge mansioni classificate “pericolose”, e il 30 attività economiche (giudicate non pericolose); il dieci si occupa di faccende domestiche. Da segnalare che il 23% dei bambini con meno di dodici anni che lavorano, svolge attività pericolose.

Il fenomeno colpisce un po’ meno il Nord: se nelle Regioni settentrionali Diana e Sava è fermo al 28%, in Haute Matsiatra sale al 65.

Investire in Madagascar, consigli utili – 10

Vittorio Conte, da oltre dieci anni in Madagascar, autore di vari libri, tra cui “Vivere felici in Madagascar con 500 euro al mese o creare un’attività con pochi soldi”, oltreché gestore del portale www.italiamadagascar.info , si occupa di assistenza legale e finanzaria. I suoi clienti sono in primis italiani che aspirano a trasferirsi nell’Isola rossa, come pensionati o imprenditori. Qui risponderà a una nostra domanda in sintesi, ma può fornire gratis ulteriori dettagli via e-mail, italiamadagascar@gmail.com , o Skype, azmadagascar , o Whatsapp: 00393500342209.

Ci dà qualche dritta per convivere col radicato fenomeno della corruzione dei funzionari pubblici?

«La corruzione è in verità diminuita, col nuovo mandato del presidente Andry Rajoelina. Comunque, in generale, rispettando la legge, il problema può essere schivato. Simili condotte nascono quando si chiede a un funzionario di chiudere un occhio. In sostanza, se c’è un corrotto, c’è anche un corruttore: c’è la corruzione attiva e quella passiva, direbbero i giuristi. In genere, chi ha le carte in regola, non ha bisogno di corrompere; e poi la pressione fiscale è tanto bassa, che non vale la pena fare carte false. Un esempio: il visto turistico consente un soggiorno di soli tre mesi, ma si può trovare un funzionario compiacente che lo rinnovi, del tutto illegalmente, per altri 90 giorni. Nel caso, siamo noi a corrompere».